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martedì 24 giugno 2008

F.A.Q. sul peto. Le risposte per niente banali di Luigi Caricato

Buona scoreggia a tutti, ma intanto una precisazione: si dice scoreggia e non scorreggia. Basta dunque una sola erre, è sufficiente. L’effetto peraltro non si perde. Mica basta una lettera in meno per smorzarne l’efficacia. Poi, certo, è vero: in alcune forme dialettali si abbonda con la erre; e chissà, forse ciò avviene anche per rendere più evidente l’atto stesso dello scoreggiare...

C’è differenza tra peto e scoreggia? Certo che sì, il primo si accompagna sempre a un suono più o meno intenso e prolungato; la seconda di norma è silenziosa, anche se talvolta è ben più micidiale negli odori ch’è in grado di emanare (così che poi tutti sono pronti a dire, indignati e avviliti: “Ma chi è stato?”).

Lo sdoganamento del peto.
Ci ha pensato la casa di moda Dolce & Gabbana a riabilitare la valenza etica e sociale del peto. Lo ha fatto con un recente spot televisivo che non sarà certo sfuggito al morboso e passivo telespettatore. Lo spot ha come protagonisti una giovane coppia. L’uomo dona alla donna un orologio, soddisfatto per il gesto galante; questa avvicinandosi a lui per l’emozione non controlla l’uscita imprevista di un lieve e carezzevole peto. Capita. L’imbarazzo potrebbe a questo punto mettere in pregiudizio il contegno della donna, ma ecco in soccorso il giovane, che a sua volta si abbandona agli impeti della natura tuonando però in maniera ben più poderosa. E’ il peto cavalleresco, che segna l’ingresso dell’uomo di oggi nella nuova frontiera del buon gusto.

Il peto è la voce interiore di ogni individuo. Proprio così, nasce dentro ciascuno di noi – nessuno è escluso - e tende a fuoriuscire talvolta con baldanza, talaltra con qualche esitazione per via di una innata o acquisita timidezza. A seconda dei casi, si possono sganciare dalle dodici alle quattordici voci interiori al dì. Siamo prodigiosi in questo: siamo un autentico miracolo della natura. E c’è poco da vergognarsi, perché nell’antico Egitto il Peto era considerato addirittura una divinità. Veniva raffigurato in modo inequivoco, in forma di bimbo accosciato nell’atto di sganciare. E il peto fu.

Come? Tutti noi emettiamo aria più o meno inquinata? Come è possibile? E’ possibile, è possibile. Anche le persone più gentili e aggraziate di questo mondo, perfino le più raffinate e nobili d’animo, si concedono il lusso di scoreggiare. Insomma, la scoreggia incombe, se ne fa una ogni due ore circa, per un totale volumetrico che può variare da persona a persona, da 200 a 2000 millilitri. E’ la realtà dei fatti, non sono illazioni. “Salute!”, dunque, è il caso di dire.

La parola giusta e politicamente corretta? Flatulenza. Sì, perché ogni scoreggia è flatus, soffio; mentre per gli inglesi è fart, e il gas intestinale di conseguenza fuoriesce impavido dal retto, lo si può perfino visualizzare radiograficamente. Lo sfintere si apre e via, inizia il concerto. Si prevedono misure antinquinamento? Sì, qualcuno ci prova.

Una minuscola pastiglia per rendere odoroso il peto. Sì, misure antinquinamento se ne prevedono, la fantasia non manca di certo. L’applicazione di un tubo rettale per evitare di intossicare l’ambiente circostante è un sistema poco pratico e troppo antiquato. Ve lo immaginate il petomane con dietro applicato un tubo di scarico? Fa ridere. La Francia, ch’è paese evoluto e sensibile agli odori, ha individuato una soluzione di facile approccio. Si chiama Christian Poincheval l’inventore. Ha trovato il modo di realizzare una pillola che abbatte il fetore da scoreggia. Da dicembre è possibile (almeno in Francia) acquistare una confezione di pastiglie che conferiscono odori gradevoli ai peti. Con la modica cifra di sei euro si può scegliere tra il flavor alla menta o al dragoncello. Cosa accade dopo? La pasticca si scioglie nell’intestino e contrasta la. fermentazione. Insomma, quando ci si impegna le soluzioni si trovano. A monsieur Poincheval d’altra parte le idee non mancano. Al suo attivo c’è un’altra invenzione: la carta igienica decorata con strisce di fumetti. Così, almeno, nell’attesa si evita di portare con sé giornali o libri, troppo ingombranti. Ma come si fa? Ciascuno si accomoda con la propria carta igienica? Certo, altrimenti si perde il filo (della storia, s’intende).

La composizione di un peto? Si tratta di una carica di gas di differente concentrazione. Vi è azoto, anidride carbonica, idrogeno e metano in gran parte, ma non solo. In genere prevalgono i gas inodori o quasi, poi invece, quando qualcosa non va nel meccanismo digestivo, quando i microbi intestinali si sbizzarriscono e subentrano gas contenenti zolfo, ecco allora l’inconfondibile fetore di uova marce (quando va bene). Chissà cosa riconosceva nelle scoregge della moglie Nora lo scrittore James Joyce. In una lettera alla sua amata scriveva: “Io penso, Nora, che riconoscerei dovunque le tue scoregge. Scommetto le riconoscerei perfino in una stanza piena di donne che scoreggiano. Fanno un rumore da ragazza, non come certe mogli ciccione che immagino scoreggino umido e ventoso. Le tue sono improvvise, secche e sporche come le farebbe un ragazza spiritosa, per gioco, di notte, in dormitorio. Spero proprio che la mia Nora voglia farmele sul viso, sì che io possa anche odorarle”.

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